Il 22 marzo 1796 inizia a Foligno la carriera di Mastro Titta, il boia dello Stato Pontificio. Proprio qui, a soli 17 anni, Giovanni Battista Bugatti portò a compimento la prima di 517 sentenze capitali. Una vera e propria professione che svolse per 68 anni somministrando pene corporali ed esecuzioni capitali.
Mastro Titta annotò in un diario tutte le sue prestazioni, dalla prima fino all’ultima datata 17 agosto 1864, dopo la quale andò in pensione con un vitalizio mensile di 30 scudi concessogli da Papa Pio IX.
La storia di Mastro Titta è stata narrata da Lanfranco Cesari, giornalista e scrittore folignate, nel saggio edito da Archeoclub: “Mastro Titta – Giustizie eseguite dal carnefice romano nell’Umbria Papalina”.
A Foligno, dunque, arrivò Mastro Titta nel 1796 per giustiziare Nicola Gentilucci, un giovane folignate che per gelosia aveva ucciso un prete e il suo cocchiere, e poi aveva “grassato” (rapinato) due frati durante la latitanza nei dintorni di Foligno.
Fu un esordio non privo di qualche difficoltà: “Non trovai alcuno che volesse vendermi il legname necessario per rizzare la forca – si legge nel suo libro di memorie – e dovetti andar la notte a sfondare la porta d’un magazzino per provvedermelo. Ma non per questo mi scoraggiai e in quattr’ore di lavoro assiduo ebbi preparata la brava forca e le quattro scale che mi servivano”.
Il luogo dell’esecuzione era una spianata dentro le mura di Foligno. Gentilucci fu accompagnato da guardie in grande uniforme e dal corteo della confraternita della buona morte.
Legatagli la corda al collo “con un colpo magistrale lo lanciai nel vuoto e gli saltai sulle spalle – racconta compiaciuto Mastro Titta – facendo eseguire alla salma del paziente parecchie eleganti piroette”.


21 maggio 2020